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Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)

Frank Drummer (da Antologia di Spoon River, traduzione di Fernanda Pivano)

Da una cella a questo luogo oscuro –
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Nel 1971 uscì l’album di Fabrizio De André “Non al denaro non all’amore né al cielo“.

Nell’LP erano incisi nove pezzi ispirati all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Credo il pezzo più noto sia “Un giudice“, quello che “è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo“; quelle che personalmente preferisco sono altre, ma non voglio fare una classifica.
Otto dei nove pezzi sono dedicati ciascuno ad uno dei morti che “dormono sulla collina” del cimitero di Spoon River, ciascuno con una storia per qualche ragione “esemplare”, ciascuno un “diverso”, io ho cominciato ad usare l’aggettivo “speciale” per i “diversi”, perché dire “speciale” è diverso che dire “diverso” (non mi sono incartato, mi piace giocare così…)
Per questo post ho scelto uno dei pezzi “altri”, forse quello che più è, in qualche modo, “speciale”, che forse più può “muovere a partecipare”, un pezzo di cui ho usato un verso in un post di qualche giorno fa.

Il brano è “Un matto“, sottotitolo geniale: “dietro ogni scemo c’è un villaggio“; geniale perché sottolinea la necessità della presenza di un “matto” ogni tot numero di persone sé dicenti “sane”, persone che nascondono la propria demenza (l’accettazione supina di una vita assurda in quanto innaturale) dietro la demenza del matto (demenza attribuita però arbitrariamente, ed “evidente” solo in quanto esposta ed all’uopo dileggiata).
I “sani”, nella omogeneità dei loro comportamenti, trovano certezze e conferme della propria normalità (banalità) scambiandola, appunto, per sanità mentale.

Da notare la musica, una ballata, che secondo me si attaglia al “matto” che è consapevole, lui, anche degli “altri”, e consapevole della necessità di “dare” anche “dopo”, pure con l’ovvio rimpianto della vita (“le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita“)

Qua il testo di De André: (e buon ascolto)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,

e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:

per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai d’imparare la Treccani a memoria,

e dopo maiale, Majakowsky e malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:

qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,

qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.

Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;

di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia “una morte pietosa lo strappò alla pazzia”

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all by myself (as always)

la sosta

forzata.

il pieno. al cuore.

poi si riparte.

era previsto.

era previsto prima.

gli altri

sognan se stessi.

nessuno da salutare.

quando lasci l’autogrill.

tutt’al più

io non ti.

io non so.

so che non.

tutt’al più.

la strada

mi chiamò la strada bianca – quant’è? – chiesi, e la pagai, le lasciai un nichel di mancia, presi il resto e me me andai.
davanti agli occhi ancora il sole, dietro le spalle cala la tela, ma dietro la curva c’è sempre un’altra curva.
da sperare.

intanto

intanto ho saputo.

auguri.

spero di. o non.

la direzione

sempre la stessa: mai uguale