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L’esperienza

«Quando l’ho pensata come un film già visto… ho visto… e infatti era un bluff.
Una vittoria?
Per modo di dire, perché anche le fiches che aveva puntato erano false, come lei.»


 

Macondo

 

“Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.”

 

(Gabriel García Márquez, Cent’anni di solitudine)

 

Storia di E

 

Perché sembra che io sappia, ma io solo deduco, da quello che vedo e con quello che so.

Perché io mi conosco, e conosco voi. Ma è l’interazione, è quando i nostri mondi si contaminano, che non capisco, e non ne capisco i meccanismi.

C’è stato un tempo in cui avevo fatto l’abitudine ai colpi, e anche l’abitudine al non riuscire a vedere più da che parte arrivassero, anche se gli occhi erano aperti; e non mi chiedevo nemmeno più perché: pensavo che ci sarebbe stato un tempo; ché quello il tempo non era.

Ora, è stato lo stesso. E mi domando: è stata la mia vulnerabilità di ora? O un dover ricordare il passato, e quel sentire, proprio in questo particolare momento? O forse una tua qualche necessità di malvagità? O, più semplicemente, non ci deve essere per forza una ragione, per il male?

(ad E. A., che ringrazio per la fiducia, la stima, il permesso di pubblicare)

 
Nota: sarebbe di moda che “E” fosse una donna, ma non è necessario. Anzi: non è una donna.
 

I ragazzi che si amano

 

I ragazzi che si amano (Les enfants qui s’aiment)

I ragazzi che si amano si baciano in piedi

Contro le porte della notte

E i passanti che passano li additano

Ma i ragazzi che si amano

Per nessuno stanno lì

E son le ombre soltanto tremanti nella notte

A eccitare la rabbia dei passanti

La rabbia e il disprezzo e le risa e l’invidia

I ragazzi che si amano non sono lì per nessuno

Sono altrove più lontani della notte

Più alti del giorno

Nell’abbagliante luce del loro primo amore

Jacque Prévert (traduzione Piero Gelli)
 

Quando vedo due ragazzi che si baciano… ne vedo tanti, in queste rare giornate di sole, quasi fossero tutti lì ad aspettare di poter uscire, per potersi baciare nell’aria, come avessero qualcosa da mostrare.

Quando vedo due ragazzi che si baciano non provo rabbia, disprezzo, non rido, non li invidio. Devo ringraziare qualcuno, o Dio, o non so chi; devo ringraziare perché non sono invidioso, di nulla; e quando vedo l’invidia manifesta, per qualsiasi cosa sia, non è un bel vedere, mi provoca tristezza, e pena; ed è allora che ringrazio qualcuno, o Dio, o non so chi, di non essere invidioso, perché non provoco sentimenti di tristezza, o pena, per la mia invidia, perché non so che sia, invidia.

Quando vedo due ragazzi che si baciano, però, non sono indifferente; non guardo dall’altra parte, guardo loro, pronto a girarmi se rischio di essere visto, e sorrido, perché provo piacere, e vorrei che lui o lei, senza che gli sguardi si incrocino, vedesse il mio sorriso ed il mio sguardo rivolto altrove; vorrei che capissero che il loro amore dà, può dare qualcosa, anche ad altri, diversi da loro.

L’ultima volta che fui loro, una mattina d’inverno, nel vento, nel mare, non ero più un ragazzo, lei forse sì, non ero imbarazzato di lei, di me, della mia o della sua età, eravamo immersi nella luce del nostro amore, che non era il primo né per lei né per me.

Non sono invidioso, nemmeno di loro, perché ci sarà un’altra mattina d’inverno, nel vento, nel mare, e non sarò imbarazzato, da chi vede, dalla mia età, dalla sua, saremo immersi… lei c’è già, forse, io al solito scappo. Ma è la sua idea, l’idea che lei c’è. O magari sarà un’altra, o non sarà mai, ma devo ringraziare di nuovo, e stavolta me.

Perché quando vedo due ragazzi che si baciano non mi sento stringere il cuore.
Non ci avevo pensato: è bello non provare invidia, ma è bello anche non provare dolore, per la felicità degli altri.

 

Quello che spero (n.°1)

 

Spero di morire prima di diventare vecchio
(parlando della mia generazione)

 

I hope I die before I get old (talkin’ ‘bout my generation)
[The Who, My Generation]

 

Dedicata a Liù che sogna gli anni sessanta… 😉