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A volte ritornano

Ho già parlato del dottor Marco Bazurro, certo alcuni miei lettori lo ricorderanno. Per evitare altre denunce, per il momento ho messo “in sospeso” l’articolo in cui narravo delle sue prodezze ai miei danni, però ne riporto qua qualche riga, scritta il 31 gennaio 2013:

Marco Bazurro fu il medico che mi accolse (si fa per dire) al Pronto Soccorso dell’Ospedale san Paolo di Savona, un giorno di ottobre dell’anno scorso, dopo una rovinosa caduta in bici.
In realtà il dottor Bazurro fece carte false, letteralmente, pur di dimettermi, dichiarando nel referto che avevo “deambulato senza problemi”, quando avevo difficoltà a stare seduto, sulla lettiga, davanti a lui.
Non solo: arrivò addirittura, nella visita di routine di sette giorni dopo, a prescrivermi di «camminare il più possibile» quando ancora, dopo sette giorni, dovevo usare la stampella per mettermi in piedi con estrema difficoltà e deambulavo con grandissima fatica, sempre utilizzando la stampella.
Avevo infatti, oltre alla clavicola, fratturato anche il bacino, ed un ortopedico si sarebbe dovuto accorgere che “qualcosa non andava” ed ordinare, doverosamente, altri accertamenti.
Invece passarono ancora venti giorni prima che, di mia iniziativa visto che non miglioravo, decidessi di fare altre lastre, al bacino, e la mia diagnosi si rivelò esatta, la mia.

Tornando ad oggi, il dottor Bazurro, quando meno me l’aspettavo, è ritornato, e ora vi racconto come.

Purtroppo domenica scorsa, 28 aprile, sono stato urtato proditoriamente (secondo una testimone) da un/un’ automobilista che si è poi dato/a alla fuga. Nella caduta mi sono procurato la frattura della clavicola (la solita, la sinistra) ed alcune escoriazioni.

Già comparando i due Verbali di Pronto Soccorso, riferiti allo stesso paziente ed in sostanza allo stesso tipo di incidente nonché a simili conseguenze, stupisce la differenza nel numero di prestazioni: nove prestazioni nel secondo incidente, solo quattro nel primo, e bisogna tenere conto che delle quattro una è “RX ANCA SX”, radiografia anca sinistra, perché lamentavo dolore; radiografia peraltro inutile, visto che né il radiologo né l’ortopedico dottor Marco Bazurro rilevarono la frattura al bacino. Insomma, anca a parte, siamo nove contro tre! O il medico che mi ha visitato al Pronto Soccorso la seconda volta si è inventato qualcosa per passare il tempo o quello che mi ha visitato la prima volta… boh?
Per esempio, una cosa che capiamo tutti: prestazione 90007, quantità 1, pressione arteriosa”; questo risulta nel secondo verbale, invece la prima volta nemmeno la pressione mi hanno misurato… o non hanno ritenuto opportuno annotarla? Inoltre, se il secondo medico scrive “trauma cranico, iniziale amnesia, attualmente ricorda l’accaduto” magari è perché si è premurato di indagare, e non ha “dato per scontato”.

Ma torno al dottor Marco Bazurro. Quando domenica scorsa il medico mi disse che aveva chiamato il Reparto Ortopedia per farmi sottoporre a visita, gli chiesi chi fosse l’ortopedico di turno, ma non seppe rispondermi: temevo, o forse speravo, di sentirmi dire che era lui, lui, il dottor Bazurro. Rimasi in attesa sulla barella.

Quando arrivò non lo riconobbi, credo si sia fatto crescere la barba, ma quando diede mostra di sapere chi ero, gli chiesi «Scusi, lei…?» guardando miope il suo tesserino e capendo subito con chi avevo a che fare; «Bazurro.» rispose lui, e non aspettavo altro. Agitando da destra a sinistra e viceversa l’indice dritto col pugno chiuso feci segno di no, e dissi: «No, no, lei non mi visita.» con voce forte e chiara che fosse udita intorno, da pazienti, infermieri, portantini, medici; quindi chiusi a pugno la stessa mano destra, col dorso verso l’alto, e per due volte apersi il pugno, gesto che inequivocabilmente significa “allontanati” e sottintende fastidio, ed era proprio ciò che sentivo, fastidio.

Come se l’aspettasse si voltò, andò verso l’ambulatorio del medico che l’aveva chiamato e disse a voce alta: «Siete testimoni che questo signore non vuole farsi visitare da me.» e fece per andarsene dicendomi «La saluto»; risposi: «Io no! Cammini!» Allora tornò indietro, entrò nell’ambulatorio e chiuse la porta. Io, quasi liberato, dissi: «Che soddisfazione!» Sì, una liberazione.
Mentre mi rivestivo per andarmene restò nell’ambulatorio per andarsene dopo alcuni minuti.

Quando fu il momento di essere dimesso dissi che non avrei firmato che me ne andavo contro il parere del medico se non fosse stato scritto che avevo rifiutato la visita perché sarebbe stata effettuata dal dottor Bazurro; il medico rispose che allora non me ne sarei andato; gli chiesi se voleva operare un sequestro di persona; intanto era arrivato Fabio, mio figlio.
Prima di firmare il verbale, volli apporre di mio pugno la dicitura che volevo; allora il medico si decise a scriverla sull’originale e farla stampare dal sistema, che restasse tutto in memoria nel sistema stesso.

La vittoria fu quella dicitura: “Il paziente rifiuta la visita ortopedica perché sarebbe stata effettuata dal dott. Bazurro e si dimette volontariamente contro il parere medico.” Il tutto firmato dal sottoscritto.

Ho fatto la scansione del documento, come uno scalpo, uno scalpo appeso alla punta della lancia. Fare doppio clic per leggere.

Pronto Soccorso 28 aprile 2013

 

Puck

Ci sono persone particolari. Ognuno di noi conosce una persona che considera speciale, una persona con la quale, parlando di qualsiasi cosa, ha la sensazione di essere sulla stessa lunghezza d’onda, quella persona che “ti toglie le parole di bocca”; e la sensazione è la stessa se, invece di parlare, con quella persona si tace.

Sono stato, oggi, con quella che per me è “quella” persona particolare, e l’ho ritrovata, dopo tanto tempo in cui, forse, io mi ero smarrito.

E forse casualmente ci siamo trovati a citare il “Sogno di una notte di mezza estate”, la commedia di Shakespeare in cui tutti, forse come me, si smarriscono, per poi ritrovarsi. Essi per un incantesimo, io “come per un incanto”.

Nella commedia, Puck è l’artefice dello smarrimento e del ritrovarsi, e vero protagonista.

Detto ciò, è ovvio io abbia considerato diversamente la commedia. E Puck. Qui l’epilogo nella rappresentazione dal film “L’attimo fuggente”.

 

 

ma quando vien lo sgelo

 

 

Sì. Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia.

La storia mia è breve. A tela o a seta ricamo in casa e fuori…

Son tranquilla e lieta ed è mio svago far gigli e rose.

 

Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malìa,

che parlano d’amor, di primavere, che parlano di sogni e di chimere,

quelle cose che han nome poesia…

Lei m’intende?

 

Mi chiamano Mimì, il perché non so. Sola, mi fo il pranzo da me stessa.

Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signor.

Vivo sola soletta là in una bianca cameretta: guardo sui tetti e in cielo;

ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio il primo bacio dell’aprile è mio!

Il primo sole è mio.

 

Germoglia in un vaso una rosa… foglia a foglia la spio!

Così gentile il profumo d’un fiore! Ma i fior ch’io faccio, ahimè!

i fior ch’io faccio, ahimè, non hanno odore.

 

Altro di me non le saprei narrare.

Sono la sua vicina che la vien fuori d’ora a importunare.

 

Il Team Hoyt

Il post “Una vera storia d’amore” di solounoscoglio mi ha fatto ricordare di una storia di cui venni a conoscenza diversi anni fa. Si tratta della storia del Team Hoyt.

Da Wikipedia:

Il Team Hoyt è un team di Holland (nel Massachusetts) ed è composto da Dick Hoyt (1° giugno 1940) e suo figlio Rick Hoyt (10 gennaio 1962). Insieme gareggiano in varie discipline sportive quali il triathlon e la maratona. Rick soffre di paralisi cerebrale infantile e per questo, durante le competizioni, Dick lo trascina adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.

Ecco un video da Youtube. Alla fine una breve storia sulla vita dei due protagonisti:

 

 

La camera

Pietro emise un piccolo gemito voluttuoso e la sua mano fece un gesto leggero. Eva lo guardò duramente. “Chissà come sarà quando si sveglia.”

Era ciò che la tormentava. Non appena Pietro dormiva, bisognava vi pensasse, non poteva impedirselo. Aveva paura che si svegliasse con gli occhi appannati e si mettesse a balbettare.

“Sono stupida,” pensò, “questo non dovrà cominciare prima d’un anno, Franchot l’ha detto.”

Ma l’angoscia non l’abbandonava; un anno; un inverno, una primavera, un’estate, il principio di un altro autunno. Un giorno i suoi tratti si altererebbero, egli lascerebbe pendere la mascella e aprirebbe solo a metà due occhi lagrimosi.

Eva si chinò sulla mano di Pietro e vi posò le labbra: «Ti ucciderò prima.»

Jean-Paul Sartre, “Il muro” – La camera