Archivio tag | poesie

Gracias a la vida

Gabriella Ferri, 18 settembre 1942 – 3 aprile 2004
 


 
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Mi ha dato due occhi che quando li apro
Chiaramente vedo il nero e il bianco,
Chiaramente vedo il cielo alto brillare al fondo,
Nella moltitudine l’uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Mi ha dato l’udito così certo e chiaro
Sento notti e giorni grilli e canarini
Turbini martelli ed i lunghi pianti di cani
E la voce tenera del mio amato.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Mi ha dato il passo dei miei piedi stanchi
Con loro ho attraversato città e pozze di fango
Lunghe spiagge vuote valli e poi alte montagne
E la tua casa e la tua strada, il tuo cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Del mio cuore in petto il battito chiaro
Quando guardo il frutto della mente umana
Quando vedo la distanza tra il bene e il male
Quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
Mi ha dato il sorriso e mi ha dato il pianto.
Così io distinguo la buona o brutta sorte
Così le sensazioni che fanno il mio canto
Grazie alla vita che mi ha dato tanto.

 

Annunci

Subito sera

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

 
(Salvatore Quasimodo, “Ed è subito sera“)
 
 
Una riflessione:
questi versi mi hanno sempre fatto pensare che ho qualcosa in comune con la peggiore feccia del genere umano, ma anche con Gandhi, con Einstein, perché no? con Quasimodo, eccetera…
 

Marcia nuziale (Brassens, La Marche Nuptiale)

Matrimoni per amore, matrimoni per forza, ne ho visti d’ogni tipo, di gente d’ogni sorta, di poveri straccioni e di grandi signori, di pretesi notai, di falsi professori.

Ma pure se vivrò fino alla fine del tempo, io sempre serberò il ricordo contento delle povere nozze di mio padre e mia madre decisi a regolare il loro amore sull’altare.

Fu su un carro da buoi, se si vuole esser franchi, tirato dagli amici e spinto dai parenti, che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento durato tanti anni da chiamarlo ormai d’argento.

Cerimonia originale, strano tipo di festa, la folla ci guardava, gli occhi fuori dalla testa: eravamo osservati dalla gente civile, che mai aveva visto matrimoni in quello stile.

Ed ecco, soffia il vento e si porta lontano il cappello che mio padre tormentava in una mano; ecco, cade la pioggia da un cielo mal disposto deciso ad impedire le nozze ad ogni costo.

Ed io non scorderò mai la sposa in pianto: cullava come un bimbo i suoi fiori di campo, ed io per consolarla, io con la gola tesa, suonavo la mia armonica come un organo da chiesa.

Mostrando i pugni nudi, gli amici, tutti quanti, gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti” per la gente bagnata, per gli dei dispettosi, le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi!

Passione

Giuseppe Di Stefano, 24 luglio 1921 – 3 marzo 2008
 

 
Cchiù luntana me staje, cchiù vicina te sento…
Chi sa a chistu mumento a chi pienze… che ffaie?
Tu m’é mmiso ‘int’e vvene nu vveleno ch’è ddoce…
Nun me pesa ‘sta croce ca trascino pe’ te…

Te voglio… te penso… te chiammo…
Te veco… te sento… te sonno…
È ‘n anno ce pienze ca è ‘n anno
Ca ‘st’uocchie nun puonno cchiù pace truva’…

E cammino… cammino… ma nun saccio a ddo’ vaco…
I’ sto sempre ‘mbriaco e non bevo mai vino.
Aggio fatto nu vuto a’ Maronna d’a Neve:
Si me passa ‘sta freve oro e perle lle do…

Te voglio… te penso… te chiammo…
Te veco… te sento… te sonno…
È ‘n anno ce pienze ca è ‘n anno
Ca ‘st’uocchie nun ponno cchiù pace truva’…

È ‘n anno ce pienze ca è ‘n anno
Ca ‘st’uocchie nun ponno cchiù pace truva’…

 

Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)

Frank Drummer (da Antologia di Spoon River, traduzione di Fernanda Pivano)

Da una cella a questo luogo oscuro –
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Nel 1971 uscì l’album di Fabrizio De André “Non al denaro non all’amore né al cielo“.

Nell’LP erano incisi nove pezzi ispirati all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Credo il pezzo più noto sia “Un giudice“, quello che “è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo“; quelle che personalmente preferisco sono altre, ma non voglio fare una classifica.
Otto dei nove pezzi sono dedicati ciascuno ad uno dei morti che “dormono sulla collina” del cimitero di Spoon River, ciascuno con una storia per qualche ragione “esemplare”, ciascuno un “diverso”, io ho cominciato ad usare l’aggettivo “speciale” per i “diversi”, perché dire “speciale” è diverso che dire “diverso” (non mi sono incartato, mi piace giocare così…)
Per questo post ho scelto uno dei pezzi “altri”, forse quello che più è, in qualche modo, “speciale”, che forse più può “muovere a partecipare”, un pezzo di cui ho usato un verso in un post di qualche giorno fa.

Il brano è “Un matto“, sottotitolo geniale: “dietro ogni scemo c’è un villaggio“; geniale perché sottolinea la necessità della presenza di un “matto” ogni tot numero di persone sé dicenti “sane”, persone che nascondono la propria demenza (l’accettazione supina di una vita assurda in quanto innaturale) dietro la demenza del matto (demenza attribuita però arbitrariamente, ed “evidente” solo in quanto esposta ed all’uopo dileggiata).
I “sani”, nella omogeneità dei loro comportamenti, trovano certezze e conferme della propria normalità (banalità) scambiandola, appunto, per sanità mentale.

Da notare la musica, una ballata, che secondo me si attaglia al “matto” che è consapevole, lui, anche degli “altri”, e consapevole della necessità di “dare” anche “dopo”, pure con l’ovvio rimpianto della vita (“le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita“)

Qua il testo di De André: (e buon ascolto)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,

e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:

per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai d’imparare la Treccani a memoria,

e dopo maiale, Majakowsky e malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:

qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,

qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.

Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;

di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia “una morte pietosa lo strappò alla pazzia”