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ma quando vien lo sgelo

 

 

Sì. Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia.

La storia mia è breve. A tela o a seta ricamo in casa e fuori…

Son tranquilla e lieta ed è mio svago far gigli e rose.

 

Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malìa,

che parlano d’amor, di primavere, che parlano di sogni e di chimere,

quelle cose che han nome poesia…

Lei m’intende?

 

Mi chiamano Mimì, il perché non so. Sola, mi fo il pranzo da me stessa.

Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signor.

Vivo sola soletta là in una bianca cameretta: guardo sui tetti e in cielo;

ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio il primo bacio dell’aprile è mio!

Il primo sole è mio.

 

Germoglia in un vaso una rosa… foglia a foglia la spio!

Così gentile il profumo d’un fiore! Ma i fior ch’io faccio, ahimè!

i fior ch’io faccio, ahimè, non hanno odore.

 

Altro di me non le saprei narrare.

Sono la sua vicina che la vien fuori d’ora a importunare.

 

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Showtime (vedo le cose dolcemente passare)

Che posso farci se mi fai sognare?

Dove devo mettermi per non precipitare?

Che posso dirti se non ho più parole?

Tutto è così stupido che è inutile parlare.

Ho paura a guardarti negli occhi,

ho paura a guardarti nel cuore.

Tutti i miei trucchi sono da buttare,

lo vedi, non servono più.

Che posso farci se mi fai sognare?

Chissà se sogni anche tu?

Ecco il ragazzo e la sua bella chitarra

appena sbarcati dal treno.

Ecco il torero e l’orecchio del toro,

ecco l’applauso e il sorriso e l’inchino, l’inchino…

Che posso farci se mi fai sognare?

Devi proprio andartene? Davvero vuoi scappare?

Fermati ancora in questo pezzo di tempo,

dentro questa musica, in questo ballo lento,

che si muove davanti ai tuoi occhi

come un’onda si muove nel cuore.

Vedo le cose dolcemente passare,

non chiedo niente di più.

Che posso farci se mi fai sognare?

Chissà se sogni anche tu?

Subito sera

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

 
(Salvatore Quasimodo, “Ed è subito sera“)
 
 
Una riflessione:
questi versi mi hanno sempre fatto pensare che ho qualcosa in comune con la peggiore feccia del genere umano, ma anche con Gandhi, con Einstein, perché no? con Quasimodo, eccetera…
 

Viaggiatori

Bastava talvolta, tra sonno e veglia, un fischio di treno addolcito dalla distanza, oppure il cigolio dei carri di zolfo in fila per la collina, e si balzava col cuore in tumulto, seduti sul letto, a origliare le invidiate informazioni e leggende di quella stella infedele in cui s’era trasformata la terra. Che cosa racconta un treno, un carro che va, fra bivacchi e lune sull’aia, lungo profumi d’aranci e paesi, in una notte d’estate? Niente, eppure so di occhi sbarrati nel buio, che non avevano altra vacanza se non di sorprendere, al séguito di quelle ruote, qualche guizzo di vita durante la via: un vecchio che prende il fresco, due teste che si parlano sotto il lume della cena…
Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi, chi può dirlo, e tuttavia non delusi del nostro bottino di nuvole, l’unico che la sorte non aveva facoltà di vietarci.

Allo stesso modo il pellegrino, a cui accade di sostare sotto un davanzale straniero, sospende il passo se mai gli giungano, in una pausa di canto, svogliatezze e amorosi sussurri di donna; e se ne riparte racconsolato, stringendosi nel pugno quel bene, quel pane rubato, di cui cibarsi più tardi.

Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore