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Quarto mondo

A volte passano giorni senza che accada nulla; forse sarebbe meglio dire che ti sembra che non accada nulla. Per uno che scrive su un blog si dice che “passano giorni senza che accada nulla di cui valga la pena di scrivere, o il blogger non se ne accorge”.
Sia come sia, oggi andando in treno verso Albenga, per un appuntamento molto importante (addirittura più importante di quello che avrei creduto) pensavo che sarebbe andato tutto bene, e che di quell’incontro, o di quello che avrebbe portato, avrei scritto sul blog; dirò di più: ero convintissimo che sarebbe stato un incontro proficuo e che avrei scritto di quello. E così è stato, solo che ci scriverò il prossimo post su quello.

Perché è successa un’altra cosa di cui vale la pena di scrivere, una cosa che è finita bene, ma solo per una serie di circostanze, una cosa che dovrebbe fare riflettere tutti, perché siamo molto più in basso di quello che si crede; cose che dieci anni fa sarebbero state impensabili, o avrebbero provocato sacrosante reazioni, passano inosservate fra l’indifferenza di tutti (anche nostra, di ciascuno di noi); e fra due, tre anni, se non ci svegliamo, succederanno cose che oggi sarebbero impensabili, solo fra due, tre anni, perché la velocità verso il peggio aumenta con progressione geometrica.

I fatti.

Alla stazione di Albenga sono sul marciapiede numero due, aspetto il Regionale 11315 delle 17.10 per arrivare a casa alle 18.08; devo fare delle cose con lo smartphone, cerco un posto dove sedermi, l’ultima panchina è occupata da una graziosa signora con un cagnetto al guinzaglio, è l’unica che offra posto e mi siedo continuando a digitare. Mentre il collegamento va e viene scambiamo due parole; la signora è diretta a Mondovì, prenderà un treno (il Regionale Veloce 1744) che a Savona si dirigerà verso nord per arrivare a Torino, mentre il mio, che seguirà il suo, continuerà per Genova. La signora dice che il treno «è in ritardo, come al solito», evidentemente lo prende spesso, per andare a sciare dice.

Infine il suo treno arriva e ci salutiamo; le ultime carrozze si fermano molto avanti, anche per la signora che lo prende spesso, quindi sono oggettivamente molto avanti; la signora, cagnolino in braccio, sale agevolmente. Non così una ragazza con la sua bimba (nemmeno due anni secondo me) e sua madre che, dopo avere corso per raggiungere le ultime carrozze ed avere passato sul treno alcuni bagagli ad una passeggera cortese… si vedono chiudere le porte letteralmente in faccia ed assistono alla partenza del treno…

Mi accorgo che qualcosa di grave è successo perché la ragazza comincia ad urlare, chiama «Polizia!», insomma si incazza, giustamente, come una bestia! Successivamente un passeggero che aveva visto il tutto mi dirà che sì, c’era uno della Polizia Ferroviaria che aveva assistito alla cosa, ma poi si era ritirato nell’ufficio. Su questo non posso dire nulla ma, se fosse vero, sarebbe credibilissimo visto che il quarto mondo siamo noi e le cose che dieci anni fa… eccetera.

Non solo la ragazza continua a fare casino, ma siamo in particolare in tre ad alzare la voce, tutti “non più giovani”. Su questo particolare posso sbagliarmi, ma così mi è sembrato, e se così fosse ho una teoria per questo: quelli “non più giovani” ricordano quando le cose giravano abbastanza a dovere (e di conseguenza si incazzano, avendo coscienza e conoscenza di cosa sono i diritti) mentre uno più giovane è cresciuto vedendo cose che funzionavano male ed andavano peggiorando, quindi anche quello che è successo oggi è normale… e fra due, tre anni sarà la regola.

La giovane mamma era attesa a Torino dal marito. Ha fatto tanto casino (mi ha detto lei che anche la visibile e udibile incazzatura degli spettatori/passeggeri ha avuto il suo peso) che un tizio delle ferrovie (ma dov’era il capostazione che doveva autorizzare la partenza? dov’era il capotreno cui spettava di dare il via al macchinista?) un tizio delle ferrovie, dicevo, ha telefonato dicendo (solo quando ha telefonato una seconda volta!) «Qua mi saltano addosso» o qualcosa del genere. Danuska (la mamma) ha contattato senza esito anche il 113 ed il 112, solo un addetto della Polizia Municipale di Albenga, avendo sentito, dice lei, che era coinvolta anche una bimba, l’ha chiamata più volte sul cellulare e forse si deve al suo interessamento il lieto fine.

Infatti, non si sa che santo ringraziare, Danuska, la figlia e la madre sono salite sul mio treno, mentre il loro, arrivato a Savona, è stato fatto fermare per aspettarle. Il capotreno le ha detto che le avrebbe attese uno di Trenitalia e le avrebbe accompagnate al loro treno.

Il treno per Torino è stato fatto arrivare sul binario tre anziché sul cinque, ed il treno inseguitore sul quattro invece che sul tre, in modo che Danuska e famiglia scendessero da un treno e salissero sull’altro… insomma è andata. Ma quante volte è andata, va, andrà male? Non sono cazzate: ci sono almeno tre persone che hanno lavorato male, per non parlare di quelli che se ne sono fregati.

Il treno è partito con una ventina di minuti di ritardo, sono sicuro di avere visto Danuska a bordo mentre passava, ho fatto una foto col cellulare, ma ovviamente è una schifezza… però è un ricordo!

 

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Il Team Hoyt

Il post “Una vera storia d’amore” di solounoscoglio mi ha fatto ricordare di una storia di cui venni a conoscenza diversi anni fa. Si tratta della storia del Team Hoyt.

Da Wikipedia:

Il Team Hoyt è un team di Holland (nel Massachusetts) ed è composto da Dick Hoyt (1° giugno 1940) e suo figlio Rick Hoyt (10 gennaio 1962). Insieme gareggiano in varie discipline sportive quali il triathlon e la maratona. Rick soffre di paralisi cerebrale infantile e per questo, durante le competizioni, Dick lo trascina adagiato in un canotto nelle gare di nuoto, lo trasporta su una bicicletta con una apposita seduta anteriore nelle sessioni di ciclismo e lo spinge su una sedia a rotelle sportiva nelle gare di corsa.

Ecco un video da Youtube. Alla fine una breve storia sulla vita dei due protagonisti:

 

 

Aldrovandi, due agenti restano in cella. Giovanardi: “Devono uscire” – Il Fatto Quotidiano

 

Giovanardi… chi era questo cretino?

 

Ah, no!!! Non “chi era”, lo è ancora!

 
Aldrovandi, due agenti restano in cella. Giovanardi: “Devono uscire” – Il Fatto Quotidiano.
 

Marcia nuziale (Brassens, La Marche Nuptiale)

Matrimoni per amore, matrimoni per forza, ne ho visti d’ogni tipo, di gente d’ogni sorta, di poveri straccioni e di grandi signori, di pretesi notai, di falsi professori.

Ma pure se vivrò fino alla fine del tempo, io sempre serberò il ricordo contento delle povere nozze di mio padre e mia madre decisi a regolare il loro amore sull’altare.

Fu su un carro da buoi, se si vuole esser franchi, tirato dagli amici e spinto dai parenti, che andarono a sposarsi dopo un fidanzamento durato tanti anni da chiamarlo ormai d’argento.

Cerimonia originale, strano tipo di festa, la folla ci guardava, gli occhi fuori dalla testa: eravamo osservati dalla gente civile, che mai aveva visto matrimoni in quello stile.

Ed ecco, soffia il vento e si porta lontano il cappello che mio padre tormentava in una mano; ecco, cade la pioggia da un cielo mal disposto deciso ad impedire le nozze ad ogni costo.

Ed io non scorderò mai la sposa in pianto: cullava come un bimbo i suoi fiori di campo, ed io per consolarla, io con la gola tesa, suonavo la mia armonica come un organo da chiesa.

Mostrando i pugni nudi, gli amici, tutti quanti, gridarono “per Giove, le nozze vanno avanti” per la gente bagnata, per gli dei dispettosi, le nozze vanno avanti, viva viva gli sposi!

È morto il compagno Hugo Chávez

Copio e incollo dal blog di Piergiorgio Odifreddi.

Morte di un rivoluzionario

Il rivoluzionario Hugo Chávez è morto a 59 anni, dopo aver vinto alcune battaglie decennali contro il cancro dell’imperialismo, e aver perso una guerra di un paio d’anni contro il cancro dell’organismo.

Estimatori e detrattori si contendono il giudizio politico sulla sua opera, ma bastano alcuni fatti per mostrare da che parte stia la ragione. Primo fra tutti il colpo di stato dell’aprile 2002, spalleggiato dagli Stati Uniti e dalla Chiesa cattolica, e organizzato con modalità analoghe a quello cileno contro Allende del 1973, con uno sciopero generale a oltranza e l’immediato riconoscimento degli Stati Uniti ai golpisti. Ma finito in maniera ben diversa, con una sollevazione popolare a favore del presidente, che lo liberò dopo un paio di giorni di detenzione.

La causa immediata del tentativo di golpe era stata la sostituzione in blocco, un paio di mesi prima, dei vertici della compagnia dei Petroli del Venezuela, che pretendevano di usare gli utili per finanziare lo sviluppo industriale, con dirigenti filogovernativi, favorevoli invece a un uso sociale dei proventi. Ovvero, la lotta di classe allo stato puro: capitalisti contro lavoratori, e naturalmente filoamericani contro filovenezuelani.

Ma la tendenza sociale del governo di Chávez si era già mostrata in molte altre misure, prima di toccare i fili ad alta tensione del petrolio. A partire dall’altro grande nodo della lotta di classe: proprietari terrieri contro contadini. Perché alla fine del secondo millennio il Venezuela vedeva ancora l’80% delle terre nelle mani del 10% della popolazione, e la riforma agraria mise fine a questa situazione medievale, costituendo l’altra faccia della medaglia della nazionalizzazione del petrolio.

Non meno importanti furono la riforma costituzionale democratica, che Chávez realizzò nel primo anno del suo primo mandato presidenziale, nel 1999. Il finanziamento della ricerca e della scuola, con aumenti del 40% degli stipendi agli insegnanti, che portò in pochi anni alla scomparsa dell’analfabetismo. L’assistenza sanitaria nazionale gratuita, per l’intera popolazione. I prezzi politici dei generi alimentari di prima necessità, che ha contribuito a combattere la malnutrizione. E la nuova politica economica, con la denuncia unilaterale dei patti filoccidentali con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

E’ ovvio che di fronte a misure così radicali, gli Stati Uniti e l’Europa storcano appunto il naso, e passino a oliare i cannoni: se non quelli letterali, delle cannoniere, almeno quelli metaforici, dei diritti civili e di altre priorità occidentali. Ma Chávez era presidente del Venezuela, e si preoccupava degli interessi e delle priorità dei venezuelani. E a vedere dalle reazioni alla sua morte, sembra che i suoi concittadini e i suoi elettori l’abbiano capito, lo salutino come un campione dell’indipendenza nazionale, e lo ritengano un degno erede del Libertador Simón Bolívar a cui egli stesso si ispirava.

 
 

Aggiunta delle 10.50: un cazzaro ha fatto un commento pro-diritti umani (Odifreddi nell’articolo ha scritto di “cannoniere occidentali dei diritti civili”). È un tale Gian Franco, uno che pensa evidentemente di vivere in un paese rispettoso dei diritti civili, uno convinto che Federico Aldrovandi sia morto ammazzato da quattro poliziotti perché a quell’ora doveva essere già a casa, così i suoi genitori imparano; o che Stefano Cucchi è morto perché era un drogato, come ha detto quel farabutto del ministro Giovanardi, e non perché pestato dalla Polizia Penitenziaria. Gian Franco ti ho censurato, ho spiegato nel commento perché ti ho messo nello spam, e ora ti dico VAFFANCULO!!!
 

 
p. s.: chi capita qua legga pure, per favore, questo post istruttivo e mi dica, se vuole, cosa ne pensa.