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L’esperienza

«Quando l’ho pensata come un film già visto… ho visto… e infatti era un bluff.
Una vittoria?
Per modo di dire, perché anche le fiches che aveva puntato erano false, come lei.»


 

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Le parole non ascoltate

 
Sono quelle, troppo forti per il coraggio.
E quelle, troppo vive per la vita.

Sono proprio quelle, troppo importanti per un bambino.
Sono sempre quelle, troppo suadenti per una donna.
E sono ancora quelle, troppo romantiche per un uomo.

Sono quelle troppo.
Sono quelle che lontane dalle loro labbra, smarrite esse, non il senso,
quelle che il vento le sgrana, sillabe, lettere, spazi, che          .
 

Un amore non detto

In the mood for love

«Fu un momento imbarazzante. Lei se ne stava timida, a testa bassa, per dargli l’occasione di avvicinarsi, ma lui non poteva, non ne aveva il coraggio. Allora lei, voltandogli le spalle, andò via.» (voce femminile fuori campo all’inizio del film)

In the mood for love (Cina, 2000) è un film da non vedere da soli, un film struggente. Narra di due vicini di casa, ad Hong Kong nel 1962, che scoprono che i rispettivi coniugi hanno una relazione.
I due protagonisti, Su Li-zhen e Cho Mo-wan, sono interpretati rispettivamente da Maggie Cheung e Tony Leung. I due iniziano a frequentarsi sospettando la relazione finché arrivano ad averne la certezza

Cominceranno allora un gioco  volto a farsi del male, ovvero una vera e propria interpretazione che i due faranno ipotizzando come sia potuto avvenire l’innamoramento dei coniugi, gioco che li porta però, inevitabilmente, ad innamorarsi.

È doloroso assistere a come il timore di andare contro le convenzioni sociali li faccia stare sempre in bilico, l’uno volto verso l’altro, senza mai trovare il coraggio di abbandonarsi, nemmeno quando si troveranno nell’appartamento di lui, soli, per una notte ed un giorno interi. Si comporteranno come due amanti, anzi innamorati, in tutto e per tutto, meno che nel contatto fisico che segue al desiderio.

Mi sono rimasti impressi del film le porte che si chiudono esitanti, il rumore di passi che si allontanano, gli incontri mancati per un soffio.

«Quando ripensa a quegli anni lontani è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato: il passato è qualcosa che può vedere, ma non può toccare. E tutto ciò che vede è sfocato, indistinto.» (voce femminile fuori campo prima dei titoli di coda)

Musica d’atmosfera dove spiccano Nat King Cole con “Aquellos Ojos Verdes“, “Te Quiero Dijiste“, “Quizas, Quizas, Quizas” e il Tema di Yumeji, il tema d’amore principale che potete ascoltare qua:

Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)

Frank Drummer (da Antologia di Spoon River, traduzione di Fernanda Pivano)

Da una cella a questo luogo oscuro –
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Nel 1971 uscì l’album di Fabrizio De André “Non al denaro non all’amore né al cielo“.

Nell’LP erano incisi nove pezzi ispirati all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Credo il pezzo più noto sia “Un giudice“, quello che “è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo“; quelle che personalmente preferisco sono altre, ma non voglio fare una classifica.
Otto dei nove pezzi sono dedicati ciascuno ad uno dei morti che “dormono sulla collina” del cimitero di Spoon River, ciascuno con una storia per qualche ragione “esemplare”, ciascuno un “diverso”, io ho cominciato ad usare l’aggettivo “speciale” per i “diversi”, perché dire “speciale” è diverso che dire “diverso” (non mi sono incartato, mi piace giocare così…)
Per questo post ho scelto uno dei pezzi “altri”, forse quello che più è, in qualche modo, “speciale”, che forse più può “muovere a partecipare”, un pezzo di cui ho usato un verso in un post di qualche giorno fa.

Il brano è “Un matto“, sottotitolo geniale: “dietro ogni scemo c’è un villaggio“; geniale perché sottolinea la necessità della presenza di un “matto” ogni tot numero di persone sé dicenti “sane”, persone che nascondono la propria demenza (l’accettazione supina di una vita assurda in quanto innaturale) dietro la demenza del matto (demenza attribuita però arbitrariamente, ed “evidente” solo in quanto esposta ed all’uopo dileggiata).
I “sani”, nella omogeneità dei loro comportamenti, trovano certezze e conferme della propria normalità (banalità) scambiandola, appunto, per sanità mentale.

Da notare la musica, una ballata, che secondo me si attaglia al “matto” che è consapevole, lui, anche degli “altri”, e consapevole della necessità di “dare” anche “dopo”, pure con l’ovvio rimpianto della vita (“le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita“)

Qua il testo di De André: (e buon ascolto)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,

e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:

per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai d’imparare la Treccani a memoria,

e dopo maiale, Majakowsky e malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:

qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,

qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.

Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;

di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia “una morte pietosa lo strappò alla pazzia”

grazie ma… no, no, però ti ringrazio…

 

Tristezza, per favore va’ via [Tristeza]
(c’è tanta gente che ha bisogno di soffrire)

Tristezza, per favore vai via,
tanto tu in casa mia no, non entrerai mai.
C’è tanta gente che ha bisogno di soffrire,
e che ogni giorno piange un po’.
Invece Ornella vuole vivere e cantare,
e deve dirti di no.
 
Tristezza, per favore vai via,
non aver la mania, di abitare con me.
Vorrei dipingere di rosso la mia stanza,
appena parti lo farò.
Al posto tuo ho già invitato la speranza,
e finalmente vivrò.