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Passanti

 

Lunedì sera, verso le 16, pioveva, tirava un forte vento ed il bus per rientrare a casa sarebbe passato dopo quasi un’ora.
Decisi che avrei aspettato in un bar lì vicino e mi sedetti ad un tavolo col mio caffè e qualcosa da mangiare.
 

Dopo una ventina di minuti entrò una signora, ma mi accorsi di lei solo quando si sedette al tavolo vicino; aveva preso un tè, e parlando col barista disse a mo’ di battuta che si prendeva una pausa prima di attraversare il ponte sul fiume, battuto da un forte vento.
Subito la riconobbi: è una donna che più volte avevo incontrato e notato, una donna di una bellezza sobria, elegante, pacata, ma che non si può fare a meno di notare.
 

Mentre sorseggiava il tè era presa dal suo smartphone sul quale digitava: capita spesso di vedere persone che si estraniano dalla vita vera per immergersi in quella finta, virtuale.
Buon per me però, perché la potevo guardare senza essere notato, anche se una volta sollevò la testa ed i nostri sguardi si incrociarono: era piacevole osservarla eseguire ogni movimento con una grazia rara… forse una grazia che le notavo, o vedevo, solo io.
 

Non so perché, forse perché non potevo tacere, ad un certo punto dissi: «Questo è un posto di passaggio: vicino alla stazione, un posto per una sosta, una pausa: io aspetto la corriera per Quiliano, lei aspetta di passare il ponte…»
Non sapevo cosa potesse rispondere e se mi avrebbe risposto, ma la risposta mi spiazzò: «Sembra quasi una fiaba.»
 

Forse se fossi partito con l’intenzione di “attaccare bottone”, di abbozzare un corteggiamento, avrei potuto rispondere con «Nelle fiabe tutto può accadere», forse.
Ma avevo notato la fede al suo dito ed avevo parlato, appunto, perché non potevo tacere oltre.
 

Andando via mi guardò: «Buona serata.»; io: «Arrivederci, buona sera.»
 

L’avevo già incontrata, l’avevo già notata, certo la incontrerò ancora(?) e come sempre non potrò fare a meno di notarla, allora meno che mai.

 
 

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Quarto mondo

A volte passano giorni senza che accada nulla; forse sarebbe meglio dire che ti sembra che non accada nulla. Per uno che scrive su un blog si dice che “passano giorni senza che accada nulla di cui valga la pena di scrivere, o il blogger non se ne accorge”.
Sia come sia, oggi andando in treno verso Albenga, per un appuntamento molto importante (addirittura più importante di quello che avrei creduto) pensavo che sarebbe andato tutto bene, e che di quell’incontro, o di quello che avrebbe portato, avrei scritto sul blog; dirò di più: ero convintissimo che sarebbe stato un incontro proficuo e che avrei scritto di quello. E così è stato, solo che ci scriverò il prossimo post su quello.

Perché è successa un’altra cosa di cui vale la pena di scrivere, una cosa che è finita bene, ma solo per una serie di circostanze, una cosa che dovrebbe fare riflettere tutti, perché siamo molto più in basso di quello che si crede; cose che dieci anni fa sarebbero state impensabili, o avrebbero provocato sacrosante reazioni, passano inosservate fra l’indifferenza di tutti (anche nostra, di ciascuno di noi); e fra due, tre anni, se non ci svegliamo, succederanno cose che oggi sarebbero impensabili, solo fra due, tre anni, perché la velocità verso il peggio aumenta con progressione geometrica.

I fatti.

Alla stazione di Albenga sono sul marciapiede numero due, aspetto il Regionale 11315 delle 17.10 per arrivare a casa alle 18.08; devo fare delle cose con lo smartphone, cerco un posto dove sedermi, l’ultima panchina è occupata da una graziosa signora con un cagnetto al guinzaglio, è l’unica che offra posto e mi siedo continuando a digitare. Mentre il collegamento va e viene scambiamo due parole; la signora è diretta a Mondovì, prenderà un treno (il Regionale Veloce 1744) che a Savona si dirigerà verso nord per arrivare a Torino, mentre il mio, che seguirà il suo, continuerà per Genova. La signora dice che il treno «è in ritardo, come al solito», evidentemente lo prende spesso, per andare a sciare dice.

Infine il suo treno arriva e ci salutiamo; le ultime carrozze si fermano molto avanti, anche per la signora che lo prende spesso, quindi sono oggettivamente molto avanti; la signora, cagnolino in braccio, sale agevolmente. Non così una ragazza con la sua bimba (nemmeno due anni secondo me) e sua madre che, dopo avere corso per raggiungere le ultime carrozze ed avere passato sul treno alcuni bagagli ad una passeggera cortese… si vedono chiudere le porte letteralmente in faccia ed assistono alla partenza del treno…

Mi accorgo che qualcosa di grave è successo perché la ragazza comincia ad urlare, chiama «Polizia!», insomma si incazza, giustamente, come una bestia! Successivamente un passeggero che aveva visto il tutto mi dirà che sì, c’era uno della Polizia Ferroviaria che aveva assistito alla cosa, ma poi si era ritirato nell’ufficio. Su questo non posso dire nulla ma, se fosse vero, sarebbe credibilissimo visto che il quarto mondo siamo noi e le cose che dieci anni fa… eccetera.

Non solo la ragazza continua a fare casino, ma siamo in particolare in tre ad alzare la voce, tutti “non più giovani”. Su questo particolare posso sbagliarmi, ma così mi è sembrato, e se così fosse ho una teoria per questo: quelli “non più giovani” ricordano quando le cose giravano abbastanza a dovere (e di conseguenza si incazzano, avendo coscienza e conoscenza di cosa sono i diritti) mentre uno più giovane è cresciuto vedendo cose che funzionavano male ed andavano peggiorando, quindi anche quello che è successo oggi è normale… e fra due, tre anni sarà la regola.

La giovane mamma era attesa a Torino dal marito. Ha fatto tanto casino (mi ha detto lei che anche la visibile e udibile incazzatura degli spettatori/passeggeri ha avuto il suo peso) che un tizio delle ferrovie (ma dov’era il capostazione che doveva autorizzare la partenza? dov’era il capotreno cui spettava di dare il via al macchinista?) un tizio delle ferrovie, dicevo, ha telefonato dicendo (solo quando ha telefonato una seconda volta!) «Qua mi saltano addosso» o qualcosa del genere. Danuska (la mamma) ha contattato senza esito anche il 113 ed il 112, solo un addetto della Polizia Municipale di Albenga, avendo sentito, dice lei, che era coinvolta anche una bimba, l’ha chiamata più volte sul cellulare e forse si deve al suo interessamento il lieto fine.

Infatti, non si sa che santo ringraziare, Danuska, la figlia e la madre sono salite sul mio treno, mentre il loro, arrivato a Savona, è stato fatto fermare per aspettarle. Il capotreno le ha detto che le avrebbe attese uno di Trenitalia e le avrebbe accompagnate al loro treno.

Il treno per Torino è stato fatto arrivare sul binario tre anziché sul cinque, ed il treno inseguitore sul quattro invece che sul tre, in modo che Danuska e famiglia scendessero da un treno e salissero sull’altro… insomma è andata. Ma quante volte è andata, va, andrà male? Non sono cazzate: ci sono almeno tre persone che hanno lavorato male, per non parlare di quelli che se ne sono fregati.

Il treno è partito con una ventina di minuti di ritardo, sono sicuro di avere visto Danuska a bordo mentre passava, ho fatto una foto col cellulare, ma ovviamente è una schifezza… però è un ricordo!

 

Gracias a la vida

Gabriella Ferri, 18 settembre 1942 – 3 aprile 2004
 


 
Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Mi ha dato due occhi che quando li apro
Chiaramente vedo il nero e il bianco,
Chiaramente vedo il cielo alto brillare al fondo,
Nella moltitudine l’uomo che amo.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Mi ha dato l’udito così certo e chiaro
Sento notti e giorni grilli e canarini
Turbini martelli ed i lunghi pianti di cani
E la voce tenera del mio amato.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Mi ha dato il passo dei miei piedi stanchi
Con loro ho attraversato città e pozze di fango
Lunghe spiagge vuote valli e poi alte montagne
E la tua casa e la tua strada, il tuo cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
Del mio cuore in petto il battito chiaro
Quando guardo il frutto della mente umana
Quando vedo la distanza tra il bene e il male
Quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto
Mi ha dato il sorriso e mi ha dato il pianto.
Così io distinguo la buona o brutta sorte
Così le sensazioni che fanno il mio canto
Grazie alla vita che mi ha dato tanto.

 

ma quando vien lo sgelo

 

 

Sì. Mi chiamano Mimì, ma il mio nome è Lucia.

La storia mia è breve. A tela o a seta ricamo in casa e fuori…

Son tranquilla e lieta ed è mio svago far gigli e rose.

 

Mi piaccion quelle cose che han sì dolce malìa,

che parlano d’amor, di primavere, che parlano di sogni e di chimere,

quelle cose che han nome poesia…

Lei m’intende?

 

Mi chiamano Mimì, il perché non so. Sola, mi fo il pranzo da me stessa.

Non vado sempre a messa, ma prego assai il Signor.

Vivo sola soletta là in una bianca cameretta: guardo sui tetti e in cielo;

ma quando vien lo sgelo il primo sole è mio il primo bacio dell’aprile è mio!

Il primo sole è mio.

 

Germoglia in un vaso una rosa… foglia a foglia la spio!

Così gentile il profumo d’un fiore! Ma i fior ch’io faccio, ahimè!

i fior ch’io faccio, ahimè, non hanno odore.

 

Altro di me non le saprei narrare.

Sono la sua vicina che la vien fuori d’ora a importunare.