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Una bella giornata (Cirano)

 

Una bella giornata. Una bella giornata da chiudere in maniera degna.
Un sorriso, qualche parola, non una di troppo; chiacchiere, di nulla. E tutto va, con la consapevolezza che sono sempre, ancora, mio; e sono sempre io, perché ho preso l’abitudine di dare “di me”, e dare “me” è l’unico modo di dare che non mi priva di nulla, e domani potrò dare le stesse cose; come oggi, dare “senza testimoni”, sottovoce e senza cercare luci di una qualche meschina ribalta e tristi sguaiatezze:

for your eyes only and burn after read… in your heart, please

anche se non c’era bisogno di dirlo, ma fa piacere, perché chi ti chiede riservatezza… ti confessa di avere avuto fiducia.

E per concludere, appunto, la bella giornata, una canzone bellissima(?)

Francesco Guccini è sempre romantico, sempre, ma in questa canzone si supera, a mio parere. Certo, il soggetto ispiratore (Cyrano de Bergerac, da Edmond Rostand) aiuta ma, come ha detto una volta Roberto Vecchioni, «Guccini è un artigiano della parola» e chi ha ascoltato, veramente ascoltato, i suoi testi può citare rime incredibili, «rime che solo Guccini» come dico io.

Questi alcuni versi e qua il testo, per chi avesse curiosità.

La consapevolezza della solitudine, che può essere superata solo con le parole:

Ma quando sono solo, con questo naso al piede, che almeno di mezz’ora da sempre mi precede,
si spegne la mia rabbia, ricordo con dolore, che a me è quasi proibito il sogno di un amore;
non so quante ne ho amate, non so quante ne ho avute, per colpa o per destino le donne le ho perdute;
e quando sento il peso d’essere sempre solo, mi chiudo in casa e scrivo e scrivendo mi consolo;
ma dentro di me sento che il grande amore esiste, amo senza peccato, amo ma sono triste,
perché Rossana è bella, siamo così diversi, a parlarle non riesco: le parlerò coi versi, le parlerò coi versi…

Il video

 

 

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Fiorella non monta le catene

Fiorella è “invadente”, Fiorella “c’è”, non puoi fare a meno di notarla, perché è “caciarona”, parla sempre e sempre a voce alta. Al bar si chiedono come faccia Walter, suo marito, a sopportarla, lui che è sempre calmo, pacato, parla a voce bassa; io no: perché li vedo bene insieme, e poi Fiorella mi è simpatica da quando ho sentito due sue “amiche” tagliarle, cucirle e metterle addosso un cappotto in dieci parole e cinque secondi; mi è simpatica perché non l’ho mai sentita sputtanare nessuna delle sue “amiche” o dei suoi amici.
Walter è artigiano edile, piace sentirlo parlare dei suoi lavori, perché gli piace il suo lavoro, ha una testa “giusta”, che fa sempre piacere in un ragazzo, dà speranza, che poi tanto ragazzo non è, avrà già sui trentotto, magari quaranta, con buona pace della speranza… ché tutti i “ragazzi” del bar sono ragazzi per me, ma hanno tutti sopra i trenta.

L’altra sera Fiorella attacca con «Che palle, devo fare benzina!» e quasi nessuno se la incula: “che palle tu!”, qualche “che mi frega?”, un “prendi l’autostrada, ti fermi al distributore, c’è l’omino che fa tutto lui, settanta centesimi di autostrada e sei a posto”, io: «fattela a piedi.», Ale: «Non dovrebbero nemmeno darti la patente.»
Lei rilancia: «Non so nemmeno cambiare una ruota, e mi rifiuto di imparare!» Ale abbocca: «Ma come…?» e lei «Scendi e… guarda la gestualità!» e mima: mani sui fianchi, occhi a guardare la ruota, poi al cielo, ripete il tutto «Ecco, tempo tre minuti e si sono fermati in dieci!»

E lì abbocco io, tiro fuori che uno deve essere indipendente, deve essere capace di trarsi d’impaccio in qualsiasi situazione, dico “uno” ma so dove parerà; e infatti la butta sul sesso, sul “fisico”, ma quando dice “voi uomini” la guardo torvo perché mi ricorda mia moglie (ex) che ogni volta che diceva “voi uomini” rispondevo, prima di mandarla a fare in culo, di non darmi del “voi” ma del “tu”, perché ero “io”, non “altri”. E lo stesso dico a Fiorella che, quella ruffiana, non si scompone… e mi dà ragione (cosa che ormai non mi fa più incazzare) e devo stare al gioco.

Quando comincia a parlare non la fermi più, ma ormai mi ha coinvolto, e la guardo con occhi diversi, perché ride e riesce a farmi sorridere, anche se ogni tanto obietto che, coi mezzi che ci sono oggi, puoi e devi essere in grado di ripartire, con la macchina, indipendentemente dal tuo sesso, ma ormai è lanciata.
Le catene? «Mi ci vedi a montare le catene? Ho il cellulare…» «Ma se c’è una tormenta di neve non è che mollano tutto per venire da te!» «Vabbe’, muoio assiderata, ma le catene non le monto, posso magari partire con le gomme antineve.» E meno male…

Ammette: «Poi dipende dalle persone, mia sorella non so da dove sia uscita: l’ultima volta m’è capitata in casa che Walter stava piastrellando; lei lo guarda, lo riguarda, poi, incinta, si tira su la gonna e si mette in ginocchio a tagliargli le piastrelle, col flessibile, ché l’affare per tagliare le piastrelle era rotto; io m’avessero dato duecento euro per stare in mezzo a tutto quel polverone gli avrei detto di andare a cagare!» Fiorella è veramente unica.
E continua così, a rivendicare la sua “volontà di incapacità”, e la conseguente capacità di cavarsela sempre, ma se ti dà ragione non c’è più lotta… e poi dice cose, racconta fatti, non opinioni: lei è così.

Quando arrivano le otto prendiamo la via della porta, prima che ci sbattano fuori; Maurizio le chiede «Me lo daresti uno strappo? Sei di strada…» lei: «Sì, però mi fai benzina!»
«Come benzina? Ti pago la benzina per cinque chilometri che faresti comunque?» – Maurizio è un po’ così, diciamo “spesso sovrappensiero”.

Lei, testuale: «Ma no, dov’eri finora? Io ti do i soldini, tu sviti il tappo, metti i dindi nel distributore, prendi la pompa, metti la benzina nel serbatoio…» e mi guarda, sorniona…

e io devo ricambiare il sorriso: allargo le braccia, mi stringo nelle spalle, cedo le armi, «Uomini!» riconosco.

 

Dipendenti (e a tempo indeterminato!)

Dipendenti

Quella sopra è una foto che ho scattato nel “mio” bar, il bar dove vado spesso. Ci sono tre slot-machine, come in tutti o quasi i bar, in tutti i tabacchini, altri luoghi magari mi sfuggono…
All’ipermercato, qualche mese fa, avevo visto un distributore automatico di “gratta e vinci” e, quando lo raccontai dicendomene stupito, mi dissero che ero io che dormivo. Ovviamente.

Però, probabilmente per una legge fatta per contentare i “moralisti”, da qualche tempo le adiacenze di queste “macchinette” sono tappezzate di cartelli come quello che ho evidenziato ed indicato con una freccia, in rosso, nella foto. Un biglietto che dice sostanzialmente le stesse cose è attaccato su ogni slot, bene in evidenza per il giocatore, come se il giocatore, prima di inserire la/le monete, leggesse… questo il cartello:

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Il cartello non dice “non buttare via i tuoi soldi, pirla!” ma “gioca senza esagerare” perché giocare è bello, ma devi anche farti vedere a casa ogni tanto…

Il cartello non dice, per esempio, “ehi! occhio che c’è gente che s’è giocato lo stipendio qua!”, forse perché non è fico come “giocare troppo può causare dipendenza patologica”, come se “giocare troppo” non indicasse che già è in atto una dipendenza… che è per forza patologica, come tutte le dipendenze.

Il cartello non dice nemmeno “guarda che non c’è speranza che vinci, vinciamo sempre noi, sennò ti pare che spendiamo soldi per attirare i gonzi come te?” ma dice “informati sulle probabilità di vincita, e ti dico pure dove informarti…” ovvero “uomo avvisato mezzo salvato!”.

Se poi hai problemi di gioco eccessivo c’è l’aiuto anonimo: se hai perso lo stipendio, telefoni al numero verde, comunichi il tuo IBAN, un anonimo ti fa un versamento per la cifra che ti serve, il tutto gratuitamente, c’è scritto, ovvero non vogliono nemmeno gli interessi oltre a non volere indietro nemmeno il capitale.

Non parlate di ipocrisia, non dite che i soldi che incassano se li rubano e noi paghiamo le tasse per avere una sanità di merda come sarà di merda il servizio che dà il SERT (Servizio Tossicodipendenze) che adesso si deve occupare anche delle dipendenze da gioco compulsivo.

Non dite nemmeno che le società che hanno in mano quest’affare losco hanno accumulato un nero di novanta miliardi (quattro finanziarie tostissime) e non ce le vogliono proprio pagare le tasse!

Non dite niente, ci pensano loro. Sono già allo studio diverse misure, per esempio in ogni tabacchino (altro che “il fumo uccide”!) presterà servizio un oncologo con specializzazione in tumori al polmone, in ogni bar troveremo non solo quei cartelli, così freddi, ma un medico del SERT, che si occuperà sia della dipendenza da gioco compulsivo che della dipendenza da alcolici, accanto ad ogni medico pasticcione metteranno un medico in gamba che, appena quello fa una cazzata, dice «ma dai, no, guarda, faccio io, su!», vicino ad ogni ladro ci sarà un poliziotto (magari onesto), a controllare un politico ladro e/o inetto metteranno un politico bravo… ma non sarebbe meglio fare le cose per bene invece di farle, male, due volte?

 

Ormai…

Ieri sera Piero capita al bar con una coppia, una coppia che non avevamo mai visto, forse clienti, o fornitori, perché Piero è commerciante, vende e compra.

Al banco parla ad alta voce, che sia allegro è normale, ma deve avere concluso un buon affare con quei due; ad un certo punto fa: «Eh, io domenica scorsa ho fatti i quarantasette anni di matrimonio!»

E io, che non so stare zitto, ad alta voce: «Sempre meglio che l’ergastolo»

Tutti ridono, anche Piero, che è una brava persona; io rido un po’ amaro, perché penso che sono, anche, il solito stronzo, perché se con me e su di me si può scherzare senza nessun problema, questo non mi dovrebbe autorizzare a fare altrettanto con tutti, indistintamente, e poi con Piero, che è una brava persona. Poi si parla, e gli faccio i complimenti, ma non potevo limitarmi a quelli?

Poi penso che sono “al bar”, da sempre zona franca, dove, se nessuno ha bevuto troppo, tutto è ammesso, accettato, tutto è accolto o con una risata o con un vaffanculo. A Londra, dove i bar sono chiusi durante il giorno, si sono inventati Hyde Park Speakers’ Corner, dove la gente va a sparare cazzate, a dire quello che vuole, quando i pub sono chiusi.

Però resto uno stronzo, Piero una brava persona e sua moglie una cara donnina, ma sono sempre lo stesso, dopo tanti anni, lo stesso ragazzino impertinente, irriverente, indisponente pure… solo che ora non c’è più tempo per crescere, ormai non faccio in tempo, meglio che lascio perdere… d’altronde ci sarà un motivo se ‘sto blog si chiama Neverland anche se io non sono Michael Jackson

 

Emilia

Emilia era attaccata ai soldi come una cozza allo scoglio, come un politico alla poltrona, come la sfiga al giocatore.

Emilia aveva tre figli e, nei momenti di confidenza, diceva che suo marito buonanima, Paolo, ogni volta che “faceva” la metteva incinta; confidenza dopo confidenza veniva fuori che il quarto figlio l’aveva abortito, perché già stare dietro a tre era difficile; non diceva che i figli costano ma lo sapevamo tutti quanto fosse attaccata ai soldi e come avrebbe fatto a comprare anche l’appartamento al mare col quarto figlio?
Dopo la morte del primogenito per un tumore al cervello, si era avvicinata a Dio, e aveva capito che Dio le aveva tolto quel figlio per punirla perché aveva abortito quella creatura tanto tempo prima, almeno così diceva lei che andava in chiesa tutte le domeniche.

Giovanni, che era ateo, una volta non ne poté più e sbottò: «Ma se Dio voleva punirti, non t’avrebbe tolto i figli, t’avrebbe tolto i soldi!» Fu evidentemente un atto liberatorio per Giovanni, che era ateo e tutt’altro che ipocrita, e che con quell’atto uscì ufficialmente dalla compagnia dei pensionati del Bar del Corso.

Chissà se Giovanni ha saputo che l’Emilia ha perso anche la secondogenita, per un tumore alle ossa?

Dio è proprio disumano, non esiste o aveva ragione Giovanni?