Archivio tag | alienazione

L’esperienza

«Quando l’ho pensata come un film già visto… ho visto… e infatti era un bluff.
Una vittoria?
Per modo di dire, perché anche le fiches che aveva puntato erano false, come lei.»


 

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Subito sera

 

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera.

 
(Salvatore Quasimodo, “Ed è subito sera“)
 
 
Una riflessione:
questi versi mi hanno sempre fatto pensare che ho qualcosa in comune con la peggiore feccia del genere umano, ma anche con Gandhi, con Einstein, perché no? con Quasimodo, eccetera…
 

Un amore non detto

In the mood for love

«Fu un momento imbarazzante. Lei se ne stava timida, a testa bassa, per dargli l’occasione di avvicinarsi, ma lui non poteva, non ne aveva il coraggio. Allora lei, voltandogli le spalle, andò via.» (voce femminile fuori campo all’inizio del film)

In the mood for love (Cina, 2000) è un film da non vedere da soli, un film struggente. Narra di due vicini di casa, ad Hong Kong nel 1962, che scoprono che i rispettivi coniugi hanno una relazione.
I due protagonisti, Su Li-zhen e Cho Mo-wan, sono interpretati rispettivamente da Maggie Cheung e Tony Leung. I due iniziano a frequentarsi sospettando la relazione finché arrivano ad averne la certezza

Cominceranno allora un gioco  volto a farsi del male, ovvero una vera e propria interpretazione che i due faranno ipotizzando come sia potuto avvenire l’innamoramento dei coniugi, gioco che li porta però, inevitabilmente, ad innamorarsi.

È doloroso assistere a come il timore di andare contro le convenzioni sociali li faccia stare sempre in bilico, l’uno volto verso l’altro, senza mai trovare il coraggio di abbandonarsi, nemmeno quando si troveranno nell’appartamento di lui, soli, per una notte ed un giorno interi. Si comporteranno come due amanti, anzi innamorati, in tutto e per tutto, meno che nel contatto fisico che segue al desiderio.

Mi sono rimasti impressi del film le porte che si chiudono esitanti, il rumore di passi che si allontanano, gli incontri mancati per un soffio.

«Quando ripensa a quegli anni lontani è come se li guardasse attraverso un vetro impolverato: il passato è qualcosa che può vedere, ma non può toccare. E tutto ciò che vede è sfocato, indistinto.» (voce femminile fuori campo prima dei titoli di coda)

Musica d’atmosfera dove spiccano Nat King Cole con “Aquellos Ojos Verdes“, “Te Quiero Dijiste“, “Quizas, Quizas, Quizas” e il Tema di Yumeji, il tema d’amore principale che potete ascoltare qua:

Otto marzo, festa… maddecheaò?!

Karen Silkwood

In occasione dell’otto marzo avrei voluto fare un post molto caustico, ma c’era il rischio fossi “tacciato” di misoginismo mentre io sono avverso all’intero genere umano, senza distinzione di sesso.
Per non passare da misogino ho messo quindi da parte l’articolo al vetriolo e mi limiterò ora, qua, a dire che sono triste, che sono deluso, che io… che la mia generazione l’ha visto (quasi) compiersi quel femminismo, che quel femminismo l’ha visto tradito da femmine ammaestrate ed addestrate ad ammaestrare altre femmine e soprattutto altri machi “modello Corona”; e io sono triste, come in tutti i miei otto marzo.

Io che mi aspettavo di conoscere Donne, invece ho conosciuto comari, lavandaie, “fiorare der Verano” che lavoravano dietro una scrivania, ragazze già vecchie, con bambine che mi facevano pena perché (anche se non ce l’avevano vista l’età) glielo vedevo già, io, quello sguardo rassegnato che avrebbero avuto dopo vent’anni, e dopo vent’anni le ho rincontrate con sguardi rassegnati e con bimbe “da rassegnare” al seguito… bimbe il cui sguardo mi ricordava quello delle loro madri bambine… ma sono quei loop infiniti che ad uno della mia generazione fanno tanto, tanto male, ma non per me, per voi, per voi bambine.
Io che mi aspettavo di conoscere Donne, invece mi ritengo fortunato di averne conosciute, in tutta la vita, quante ne possono contare le dita di una mano, una mano però monca di tre dita.
Io che mi aspettavo che avrei “avuto” una Donna, invece anche con le “mie” donne m’è andata male, ma quello forse è perfino ovvio, e poi posso sempre pensare di essere “di parte” se critico le mie ex e vabbe’, me ne sto.

Ce n’è Donne, ma poche, poche, e sono sempre tenute ai margini, perché sono le meglio ammaestrate quelle che più emergono, come gli stronzi, che vengono sempre a galla.
E vi dicono che «è il sistema», che è perché «i maschi hanno il potere»… cazzo! Ma “i maschi” sono i vostri figli, li avete addestrati e ammaestrati voi! E “i maschi” sono i vostri uomini, fidanzati, mariti, che ci uscite, che ve li/vi si scopate/scopano, che ci allevate figli, che ci vivete delle vite! Ma volete smetterla di credere a tutte le cazzate che vi raccontano in televisione, smettere di obbedire, rompere il loop, far vivere i vostri figli e le vostre figlie come dio comanda (non il Dio del Vaticano, che quello è maiuscolo)?

Be’, anche quest’anno il mio otto marzo lo dedico ad una Donna, non “alle donne” che proprio non vale la pena e io tutto sono meno che ipocrita: non ve lo dedico il mio otto marzo, manco se tutte mi prometteste di darmela. E come ogni anno non ci ho messo molto a decidere a quale Donna: è stata la prima che mi è venuta in mente, che mi sembrasse degna, alla quale non l’avessi già dedicato in passato. Non si tratta ovviamente di Meryl Streep, interprete del film Silkwood ma, appunto, di Karen Silkwood; di lei hanno detto perfino che “si è riscattata” dopo (piccoli) errori di gioventù… eh no, cazzo! Karen Silkwood “ci ha riscattato”, perché ha rischiato e ci ha rimesso la vita, perché era affetta dal “cancro del coraggio”, che quello sì che è l’unico cancro inguaribile, o almeno ci ha provato a riscattarci, come tante altre donne e uomini prima di lei. Se poi voi persistete nell’errore… continuate a festeggiare, massì… che mi frega a me? Io ho una vita davanti (io!) e finché c’è vita c’è speranza.

Ringraziamento: ringrazio B. F., cui ho sottoposto l’articolo prima della pubblicazione, perché mi ha fatto un’osservazione su “refusi ed errori” che mi ha indotto ad una revisione che spero abbia eliminato gli uni e gli altri; ma soprattutto la ringrazio perché ha dato all’articolo il suo entusiasta “imprimatur” che mi ha tirato su il morale. 😉
 

 

È morto il compagno Hugo Chávez

Copio e incollo dal blog di Piergiorgio Odifreddi.

Morte di un rivoluzionario

Il rivoluzionario Hugo Chávez è morto a 59 anni, dopo aver vinto alcune battaglie decennali contro il cancro dell’imperialismo, e aver perso una guerra di un paio d’anni contro il cancro dell’organismo.

Estimatori e detrattori si contendono il giudizio politico sulla sua opera, ma bastano alcuni fatti per mostrare da che parte stia la ragione. Primo fra tutti il colpo di stato dell’aprile 2002, spalleggiato dagli Stati Uniti e dalla Chiesa cattolica, e organizzato con modalità analoghe a quello cileno contro Allende del 1973, con uno sciopero generale a oltranza e l’immediato riconoscimento degli Stati Uniti ai golpisti. Ma finito in maniera ben diversa, con una sollevazione popolare a favore del presidente, che lo liberò dopo un paio di giorni di detenzione.

La causa immediata del tentativo di golpe era stata la sostituzione in blocco, un paio di mesi prima, dei vertici della compagnia dei Petroli del Venezuela, che pretendevano di usare gli utili per finanziare lo sviluppo industriale, con dirigenti filogovernativi, favorevoli invece a un uso sociale dei proventi. Ovvero, la lotta di classe allo stato puro: capitalisti contro lavoratori, e naturalmente filoamericani contro filovenezuelani.

Ma la tendenza sociale del governo di Chávez si era già mostrata in molte altre misure, prima di toccare i fili ad alta tensione del petrolio. A partire dall’altro grande nodo della lotta di classe: proprietari terrieri contro contadini. Perché alla fine del secondo millennio il Venezuela vedeva ancora l’80% delle terre nelle mani del 10% della popolazione, e la riforma agraria mise fine a questa situazione medievale, costituendo l’altra faccia della medaglia della nazionalizzazione del petrolio.

Non meno importanti furono la riforma costituzionale democratica, che Chávez realizzò nel primo anno del suo primo mandato presidenziale, nel 1999. Il finanziamento della ricerca e della scuola, con aumenti del 40% degli stipendi agli insegnanti, che portò in pochi anni alla scomparsa dell’analfabetismo. L’assistenza sanitaria nazionale gratuita, per l’intera popolazione. I prezzi politici dei generi alimentari di prima necessità, che ha contribuito a combattere la malnutrizione. E la nuova politica economica, con la denuncia unilaterale dei patti filoccidentali con il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale.

E’ ovvio che di fronte a misure così radicali, gli Stati Uniti e l’Europa storcano appunto il naso, e passino a oliare i cannoni: se non quelli letterali, delle cannoniere, almeno quelli metaforici, dei diritti civili e di altre priorità occidentali. Ma Chávez era presidente del Venezuela, e si preoccupava degli interessi e delle priorità dei venezuelani. E a vedere dalle reazioni alla sua morte, sembra che i suoi concittadini e i suoi elettori l’abbiano capito, lo salutino come un campione dell’indipendenza nazionale, e lo ritengano un degno erede del Libertador Simón Bolívar a cui egli stesso si ispirava.

 
 

Aggiunta delle 10.50: un cazzaro ha fatto un commento pro-diritti umani (Odifreddi nell’articolo ha scritto di “cannoniere occidentali dei diritti civili”). È un tale Gian Franco, uno che pensa evidentemente di vivere in un paese rispettoso dei diritti civili, uno convinto che Federico Aldrovandi sia morto ammazzato da quattro poliziotti perché a quell’ora doveva essere già a casa, così i suoi genitori imparano; o che Stefano Cucchi è morto perché era un drogato, come ha detto quel farabutto del ministro Giovanardi, e non perché pestato dalla Polizia Penitenziaria. Gian Franco ti ho censurato, ho spiegato nel commento perché ti ho messo nello spam, e ora ti dico VAFFANCULO!!!
 

 
p. s.: chi capita qua legga pure, per favore, questo post istruttivo e mi dica, se vuole, cosa ne pensa.