Disorientamenti

 

Anni fa, durante una visita a Leningrado, stavo consultando una mappa per capire dove mi trovavo, ma non ci riuscivo. Intorno a me potevo vedere diverse chiese enormi, ma nella mia mappa non c’era traccia di chiese. Alla fine un interprete venne ad aiutarmi e mi disse: «Nelle nostre mappe non indichiamo le chiese». Contraddicendolo, puntai il dito su una chiesa che era segnata molto chiaramente. «Ah, ma questo è un museo» mi rispose, «non è quella che chiamiamo una “chiesa vivente”. Solo le “chiese viventi” non sono mostrate sulle mappe».
Pensai subito che quella non era la prima volta che mi veniva fornita una mappa che ometteva di indicare molte delle cose che avevo proprio davanti agli occhi. Durante tutti gli anni di scuola e università mi erano state fornite mappe di vita e conoscenza su cui difficilmente riuscivo a trovare traccia di cose che mi stavano a cuore, e che pure mi sembravano avere la più grande importanza per la condotta della mia vita. Ricordai allora che per molti anni la mia perplessità fu assoluta, e che mai nessun interprete si fece avanti per aiutarmi. E tale rimase finché non smisi di sospettare della sanità delle mie percezioni e cominciai, invece, a sospettare della validità delle mappe.

 

Ernst Friedrich Schumacher, Una guida per i perplessi

 

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Senza titolo

Avrei potuto amarti in modo più piacevole per te. Infatuarmi della tua superficie e restar là. È quello che tu hai voluto a lungo. Ebbene no. Io sono andato al fondo. Non ho ammirato quello che tu mostravi, che tutti potevano vedere, che stupiva il pubblico. Sono andato al di là e ho scoperto dei tesori. Un uomo che tu avessi sedotto e dominato non si godrebbe come me il tuo cuore in ogni suo recesso. Quello che provo per te non è un frutto d’estate dalla buccia liscia, che cade dal ramo al minimo soffio e sparge sull’erba il suo succo vermiglio. Ha a che fare con il tronco, con la scorza dura come una noce di cocco, o guarnita di spine come i fichi d’India. Fa male alle dita, ma contiene del latte.

Gustave Flaubert, lettere a Louise Colet (6 luglio 1852)

la Luce che ognuno di noi ha dentro

  

«La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati. La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura. È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa.

Ci chiediamo, chi sono io per essere brillante, bellissimo, pieno di talento e favoloso? In realtà, chi sei tu per non esserlo? Sei figlio di dio. Il tuo giocare in piccolo non serve al mondo.

Non c’è niente di illuminato a sminuire se stessi in modo che altre persone non si sentano insicure vicino a te. Siamo tutti nati per brillare come fanno i bambini. Siamo nati per manifestare la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi, ma in tutti noi.

E mentre lasciamo che la nostra luce risplenda, inconsciamente diamo agli altri la possibilità di fare altrettanto. E quando siamo liberati dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.»

 
da “Un corso in miracoli”, citato da Marianne Williamson

 

OUTING numero 1

È dura per me fare questo outing, ma devo dirlo:
SONO INTELLIGENTISSIMO, o almeno mooooolto intelligente.
È dura. Un po’ perché non mi va di dire i fatti miei, poi perché non gliene frega niente a nessuno, almeno per il momento.
Però devo farlo: sono convinto che la mia intelligenza, che è stata definita “nettamente superiore alla norma” (ho un QI di 138, non sono normale!) mi abbia creato grossi problemi… ma questo sarà oggetto di un altro outing prossimo venturo.
Per il momento tiro fuori ‘sto rospo. Qua il risultato del test che ho fatto un paio di anni fa:

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