Archivio | giugno 2013

L’attesa

 

Gli anni dovevano passare, nell’attesa;

ed aveva trascorso il tempo aspettando qualcosa che lo liberasse;

da quel trascinarsi senza la necessità, ma nemmeno il bisogno, di una speranza

 

L’iris, il fiore che capisce gli uomini

La stagione è tardiva e l’iris non è ancora sfiorito. Ne smuovo una sponda affollata, smagliante, amazzonica, arancio, bianco, violetta, profumata, buttandomi in bicicletta in picchiata giù dalla discesa di casa.
L’iris è rupestre e scontroso, selvatico, per niente propenso a farsi mettere in vaso, a mollo sopra un centrino, ma, ci ho fatto caso, cresce meglio se intorno c’è della gente per bene. Infatti la sponda che sorvolo sostiene l’orto dei Farolfi, che sono contadini pieni di dignità e il loro figlio più piccolo, Mirko, è capace di far divertire anche un cane randagio.
Ho preso  la bici perché voglio andare sulla collina della Pergola, sudare un po’ su per la pista bianca che taglia i campi di orzo e mi porta sul ciglio della Linea Gotica. Vado a vedere se ci sono ancora degli iris vicino a dell’altra gente perbene.
Ci sono, e sono gioiosamente in fiore, stretti, addossati come gatti a una spalletta al sole, a un modestissimo cippo di mattoni rossi. Nel cippo c’è un pezzo di granito e nel granito cinque fotografie e cinque nomi e cognomi. Gente per bene, altri contadini, facce spesse e composte per qualche fotografia di matrimonio o per una tessera annonaria.
Sono lì da settant’anni, nel posto al riparo dal vento di crinale dove li hanno fucilati i tedeschi, d’estate, alla stagione che c’era da mietere l’orzo. Se ne stanno nel loro cippo tutto smagliante di iris, hanno due olmi che li ombreggiano, sul tronco di uno è avvolta una bandiera tricolore della rivoluzione italiana. Ce l’ha legata lì chissà quando dell’altra gente per bene, gente che gli iris conoscono.

Maurizio Maggiani
(Il Fatto Quotidiano del Lunedì, 3 giugno 2013)