Cambio rotta

Siedo in un giardino tropicale, sulle rive del lago di Pokhara. Vesto all’indiana, pantaloni larghi e colorati, un bracciale e una collana tibetani. Scrivo su un diario nepalese. Questi i “souvenir” che mi porto dietro, insieme a quelli marchiati sulla pelle: le mie mani si stanno infatti lentamente riprendendo dopo i geloni e la disidrosi provocati dalle temperature sotto zero di una settimana fa, ma sono ancora in parte coperte di bolle, croste e ulcere.

Il sole bruciava la pelle tra le cime e c’è chi, come Jacopo, non avendo usato gli occhiali da sole è rimasto cieco per due giorni dopo il fatidico passo. È dura camminare nella neve, è dura stare a quelle quote: il freddo si infila come aghi sotto la pelle.

Ma iniziamo dal principio, dalla cittadina dall’aria irrespirabile di Besi Sahar, dove son arrivata il 4 marzo con Toni, un ragazzo finlandese, e Tal, un…

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