Archivio | febbraio 2013

La colpa non è del termometro

Questo blog è chiuso, ho deciso di chiuderlo (dopo che mi è stata dichiarata guerra) per “manifesta superiorità morale”, la mia, rispetto all’avversario. Non c’entra niente col post, ma dichiaro che dopo questo smetto definitivamente, così mi lasciano in pace.

Però questo articolo è per me doveroso, visto che questo è un blog politico e ci sono appena state le elezioni.

Ho ripreso l’articolo “Tu che hai votato Grillo” di masticone

per dire che non è colpa del termometro, se la temperatura è alta; che non è colpa del medico che l’ha diagnosticato, se hai il tumore; che non è colpa del professore di mate, se hai preso tre nel compito in classe; che non è colpa di Grillo e di chi l’ha votato se il PD ha inciuciato per vent’anni col berlusca e “qualcuno” se n’è accorto… la gente tante cose non le sa, ma le intuisce; per tutti, o quasi, quelli che mi stanno leggendo, questa “non notizia” sarà invece una novità, sarà una novità che la legge elettorale europea sia nata in un salotto e non in Parlamento, un salotto molto mal frequentato, tra l’altro, frequentato da gente che passa dalle stanze del Potere a quelle delle Procure, con grande disinvoltura: questi delinquenti, tra cui l’onorevole – si fa per dire – Verdini, in combutta con Bisignani, il faccendiere/Gentiluomo – sì fa sempre per dire – del Papa hanno deciso quale dovesse essere il valore del nostro voto alle elezioni europee, grazie al signor Veltroni.

Per non parlare del “dopo”, della spartizione della RAI: leggete l’articolo, per favore.

Ecco, quando leggo ‘ste cose, e quando poi sento l’onorevole (si fa ancora, ovviamente, per dire) Violante del PD dire, in Parlamento perdio! (è un’invocazione, io non bestemmio, non sono cattolico), che “Berlusconi ha avuto assicurazione, nel 1994, che non sarebbero state toccate le sue televisioni” io che non ho votato Grillo, penso però che la sua equazione PDL – L = PD sia corretta non solo “matematicamente”, io che non ho mai “vinto” un’elezione, manco ora, penso che è meglio non vincere, piuttosto che vincere… con Veltroni e Violante, per dirne due, due a caso.

Per non parlare (per dirne un altro a caso) del senatore(PD)/avvocato/docente universitario (mentre si decide fa tutt’e tre le cose) che, in pieno conflitto d’interesse da senatore/avvocato… come poteva pensare di fare una legge contro il conflitto d’interessi del Cainano?

E se ‘sto paese di merda andrà a farsi fottere la colpa non è del termometro, ma di Veltroni, di Violante, dei loro complici (che hanno consegnato il paese al grande mafioso, grande truffatore, grande puttaniere, grande corruttore, ecc., ecc.) e di chi ha votato loro… sì, questo è vero, la colpa è sempre nostra, perché il problema non è che “loro sono tutti uguali”, perché non è vero, il problema è che “loro sono uguali a noi”.

Modifica/precisazione: (pubblicata alle 10.46)

ho letto l’articolo “Tu che hai votato Grillo” ieri, sullo smartphone; sapevo che l’articolo non era di masticone, ma non m’interessava più di tanto, anche se mi aveva dato fastidio il qualunquismo di quell’articolo, avevo dato appena una scorsa ai commenti: non ne volevo scrivere per i motivi di cui sopra.

Solo che il martedì per me è giorno “importante”, e mi capita spesso di pensare alla giornata mentre dormo… e di svegliarmi. Mi sono svegliato alle 3.20… e non ti vado a pensare a masticone? Cerco la copia de Il Male, mi rimetto a letto e butto giù l’articolo sullo smartphone, col Quickoffice.

Chiedo quindi scusa ai lettori per la frettolosità evidente dell’articolo, a masticone per l’errata attribuzione, all’autore dell’articolo il cui originale potete trovare qua. Ora vado che sono sveglo da più di sette ore e mi aspetta una giornata lunga. Buon proseguimento a voi.

Un matto (dietro ogni scemo c’è un villaggio)

Frank Drummer (da Antologia di Spoon River, traduzione di Fernanda Pivano)

Da una cella a questo luogo oscuro –
la morte a venticinque anni!
La mia lingua non poteva esprimere ciò che mi si agitava dentro,
e il villaggio mi prese per scemo.
Eppure all’inizio c’era una visione chiara,
un proposito alto e pressante, nella mia anima,
che mi spinse a cercar d’imparare a memoria
l’Enciclopedia Britannica!

Nel 1971 uscì l’album di Fabrizio De André “Non al denaro non all’amore né al cielo“.

Nell’LP erano incisi nove pezzi ispirati all'”Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Credo il pezzo più noto sia “Un giudice“, quello che “è una carogna di sicuro perché ha il cuore troppo, troppo vicino al buco del culo“; quelle che personalmente preferisco sono altre, ma non voglio fare una classifica.
Otto dei nove pezzi sono dedicati ciascuno ad uno dei morti che “dormono sulla collina” del cimitero di Spoon River, ciascuno con una storia per qualche ragione “esemplare”, ciascuno un “diverso”, io ho cominciato ad usare l’aggettivo “speciale” per i “diversi”, perché dire “speciale” è diverso che dire “diverso” (non mi sono incartato, mi piace giocare così…)
Per questo post ho scelto uno dei pezzi “altri”, forse quello che più è, in qualche modo, “speciale”, che forse più può “muovere a partecipare”, un pezzo di cui ho usato un verso in un post di qualche giorno fa.

Il brano è “Un matto“, sottotitolo geniale: “dietro ogni scemo c’è un villaggio“; geniale perché sottolinea la necessità della presenza di un “matto” ogni tot numero di persone sé dicenti “sane”, persone che nascondono la propria demenza (l’accettazione supina di una vita assurda in quanto innaturale) dietro la demenza del matto (demenza attribuita però arbitrariamente, ed “evidente” solo in quanto esposta ed all’uopo dileggiata).
I “sani”, nella omogeneità dei loro comportamenti, trovano certezze e conferme della propria normalità (banalità) scambiandola, appunto, per sanità mentale.

Da notare la musica, una ballata, che secondo me si attaglia al “matto” che è consapevole, lui, anche degli “altri”, e consapevole della necessità di “dare” anche “dopo”, pure con l’ovvio rimpianto della vita (“le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita“)

Qua il testo di De André: (e buon ascolto)

Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci ad esprimerlo con le parole,

e la luce del giorno si divide la piazza tra un villaggio che ride e te, lo scemo, che passa,

e neppure la notte ti lascia da solo: gli altri sognan se stessi e tu sogni di loro.

E sì, anche tu andresti a cercare le parole sicure per farti ascoltare:

per stupire mezz’ora basta un libro di storia, io cercai d’imparare la Treccani a memoria,

e dopo maiale, Majakowsky e malfatto, continuarono gli altri fino a leggermi matto.

E senza sapere a chi dovessi la vita in un manicomio io l’ho restituita:

qui sulla collina dormo malvolentieri eppure c’è luce ormai nei miei pensieri,

qui nella penombra ora invento parole ma rimpiango una luce, la luce del sole.

Le mie ossa regalano ancora alla vita: le regalano ancora erba fiorita.

Ma la vita è rimasta nelle voci in sordina di chi ha perso lo scemo e lo piange in collina;

di chi ancora bisbiglia con la stessa ironia “una morte pietosa lo strappò alla pazzia”

Ognuno la sua

 

«La felicità è reale solo quando condivisa.»

Christopher McCandless, protagonista della storia, vera, narrata in “Into the Wild” (“Nelle terre selvagge”)
 

«Quello che non puoi condividere è la bellezza di una solitudine.»

solomenevo, protagonista della sua propria vita
 

dopo Ornella… ancora Brasile…

Sono più vulcanico del solito. Pensieri in libertà che si inseguono senza sosta, tanto che non riesco a fermarne nemmeno uno. Ho preso pause, solo a tratti, a seguire una canzone, questa, oggi, per esempio

 

 

grazie ma… no, no, però ti ringrazio…

 

Tristezza, per favore va’ via [Tristeza]
(c’è tanta gente che ha bisogno di soffrire)

Tristezza, per favore vai via,
tanto tu in casa mia no, non entrerai mai.
C’è tanta gente che ha bisogno di soffrire,
e che ogni giorno piange un po’.
Invece Ornella vuole vivere e cantare,
e deve dirti di no.
 
Tristezza, per favore vai via,
non aver la mania, di abitare con me.
Vorrei dipingere di rosso la mia stanza,
appena parti lo farò.
Al posto tuo ho già invitato la speranza,
e finalmente vivrò.