Archivio | gennaio 2013

Dipendenti (e a tempo indeterminato!)

Dipendenti

Quella sopra è una foto che ho scattato nel “mio” bar, il bar dove vado spesso. Ci sono tre slot-machine, come in tutti o quasi i bar, in tutti i tabacchini, altri luoghi magari mi sfuggono…
All’ipermercato, qualche mese fa, avevo visto un distributore automatico di “gratta e vinci” e, quando lo raccontai dicendomene stupito, mi dissero che ero io che dormivo. Ovviamente.

Però, probabilmente per una legge fatta per contentare i “moralisti”, da qualche tempo le adiacenze di queste “macchinette” sono tappezzate di cartelli come quello che ho evidenziato ed indicato con una freccia, in rosso, nella foto. Un biglietto che dice sostanzialmente le stesse cose è attaccato su ogni slot, bene in evidenza per il giocatore, come se il giocatore, prima di inserire la/le monete, leggesse… questo il cartello:

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Il cartello non dice “non buttare via i tuoi soldi, pirla!” ma “gioca senza esagerare” perché giocare è bello, ma devi anche farti vedere a casa ogni tanto…

Il cartello non dice, per esempio, “ehi! occhio che c’è gente che s’è giocato lo stipendio qua!”, forse perché non è fico come “giocare troppo può causare dipendenza patologica”, come se “giocare troppo” non indicasse che già è in atto una dipendenza… che è per forza patologica, come tutte le dipendenze.

Il cartello non dice nemmeno “guarda che non c’è speranza che vinci, vinciamo sempre noi, sennò ti pare che spendiamo soldi per attirare i gonzi come te?” ma dice “informati sulle probabilità di vincita, e ti dico pure dove informarti…” ovvero “uomo avvisato mezzo salvato!”.

Se poi hai problemi di gioco eccessivo c’è l’aiuto anonimo: se hai perso lo stipendio, telefoni al numero verde, comunichi il tuo IBAN, un anonimo ti fa un versamento per la cifra che ti serve, il tutto gratuitamente, c’è scritto, ovvero non vogliono nemmeno gli interessi oltre a non volere indietro nemmeno il capitale.

Non parlate di ipocrisia, non dite che i soldi che incassano se li rubano e noi paghiamo le tasse per avere una sanità di merda come sarà di merda il servizio che dà il SERT (Servizio Tossicodipendenze) che adesso si deve occupare anche delle dipendenze da gioco compulsivo.

Non dite nemmeno che le società che hanno in mano quest’affare losco hanno accumulato un nero di novanta miliardi (quattro finanziarie tostissime) e non ce le vogliono proprio pagare le tasse!

Non dite niente, ci pensano loro. Sono già allo studio diverse misure, per esempio in ogni tabacchino (altro che “il fumo uccide”!) presterà servizio un oncologo con specializzazione in tumori al polmone, in ogni bar troveremo non solo quei cartelli, così freddi, ma un medico del SERT, che si occuperà sia della dipendenza da gioco compulsivo che della dipendenza da alcolici, accanto ad ogni medico pasticcione metteranno un medico in gamba che, appena quello fa una cazzata, dice «ma dai, no, guarda, faccio io, su!», vicino ad ogni ladro ci sarà un poliziotto (magari onesto), a controllare un politico ladro e/o inetto metteranno un politico bravo… ma non sarebbe meglio fare le cose per bene invece di farle, male, due volte?

 

Da leggere, questo post di Pandora, “Curiosità”

Il mio commento:

È bello trovare qualcuno che sia in grado di incuriosirti, non succede tutti i giorni.

A voi: buona lettura e buon ascolto

L’importante

Un paio di mesi fa, discorrendo con mio figlio Fabio dei tempi passati, venni a sapere che Gianfranco era morto. Era un amico di famiglia, di quando la famiglia, forse, esisteva.
Ci rimasi male, ma non chiesi particolari, né mi stupii: Gianfranco aveva avuto il primo infarto a cinquant’anni e ne erano passati altri venti, diedi per scontato che ne avesse avuto un altro, però non avevo voglia di approfondire: importa sapere il come ed il perché?

Poi l’altro giorno vado a fare la spesa all’ipermercato a Savona, ché devo comprare cose che qua non trovo… cedo il passo ad un tizio col carrello strapieno, quello mi guarda e mi ringrazia, io lo guardo, dico prego… quando mi viene il dubbio è già lontano, ma mi è sembrato proprio Gianfranco.
Se è lui non mi riconosce, ma la mia barba adesso non è nera come vent’anni fa, poi ho divorziato e sicuramente non ho più l’aria “da sposato”, sono, e certo appaio, più rilassato di allora.

Ma sono quasi sicuro che è lui, allora mando un SMS a Fabio chiedendo se è sicuro di quello che m’ha detto. Non gli dico che l’ho (che credo) di averlo visto ma lui capisce, perché dopo qualche minuto risponde: «Mi sa che mi sono sbagliato, devo aver preso per mortale un suo infarto. L’importante è che non l’abbia preso per mortale lui.»

«Già» rispondo.

 

Secretary

Il film Secretary è del 2002. Non sono un cinefilo e l’ho scoperto solo un paio d’anni fa, è passato in TV ed è stato subito amore.

Questa è la prima scena dopo i titoli di testa:

 

 

Se devo definirlo penso “tenero”, “una storia d’amore”, “divertente con momenti esilaranti”.
Riporto il dialogo avvenuto al primo incontro dei protagonisti, lei Lee Holloway, aspirante segretaria (Maggie Gyllenhaal), lui Edward Grey, avvocato (James Spader). L’occasione è un colloquio di lavoro dove il datore di lavoro fa di tutto per scoraggiare la candidata senza riuscirci non per l’insistenza della candidata, ma per propria incapacità.

Ed: «Vuole sul serio diventare una segretaria?»

Lee: «Sì, lo voglio.»

Ed: «Ha i voti più alti di chiunque altro si sia presentato. Lei è veramente troppo qualificata per questo lavoro, si annoierebbe a morte.»

Lee: «Io mi voglio annoiare.»

Ed: «Ho una praticante legale part-time, tutto quello che mi serve è solo… una dattilografa, che sappia arrivare al lavoro in orario e rispondere al telefono.»

Lee: «Questo lo posso fare.»

Ed: «Qui noi usiamo soltanto macchine da scrivere, non computer.»

Lee: «Va bene.»

Ed: «È un lavoro molto monotono.»

Lee: «Mi piace il lavoro monotono.»

Ed: «Ehh… c’è qualcosa in lei… la sua… lei dà l’impressione di essere una persona… molto chiusa… un muro!»

Lee: «Lo so.»

Ed: «Si lascia mai andare?»

Lee : «Non lo so.» – squilla il telefono – Ed (a Lee): «Non ci sono per nessuno.»

Questo “duello”, che si conclude con l’assunzione “forzata”, anticipa la storia d’amore: quando Lee si accorgerà di essere innamorata di Edward e di esserne ricambiata, dovrà lottare, si dovrà imporre, paradossalmente contro la propria natura, per “convincere” il suo amato/innamorato.
 

L’altra metà del mondo

 

Qualche mese fa, una sera, capitai all’Ostello per la Gioventù di Bologna. Dico che “capitai” perché fino ad un’ora prima, le quattro del pomeriggio, non sapevo che avrei dovuto fermarmi a Bologna a dormire, perciò non avevo prenotato.

Arrivai di cattivo umore perché ero passato da un ristorante lì vicino dove speravo di cenare e l’avevo trovato chiuso, quindi sapevo che avrei dovuto fare chilometri, più tardi, per mangiare: avevo escluso di farmi portare una pizza, o scaldarmi qualche primo, o secondo, di quelli che passano lì.
Di una cena “come si deve” avevo bisogno, dopo cinque giorni in giro, cinque giorni in cui avevo fatto un solo pasto buono, anzi ottimo, a Zocca, la sera prima; per il resto panini, pizze, spuntini di corsa, gelati, un’assurdità pensando che avevo girato per Toscana ed Emilia, due regioni dove si mangia non bene, meglio.

Il cattivo umore divenne contrarietà, perché c’era la coda alla reception, ed io ero il terzo. Prima c’era una coppia di stranieri, parlavano inglese, ma la contrarietà diventò incazzatura quando toccò al cretinetti prima di me, un ragazzino italiano che chiese l’inverosimile all’impiegata, perché aveva non so quali esigenze, doveva fare un qualche “concorso”, non sapeva se avrebbe passato lo scritto, quindi per quanti giorni gli sarebbe servita la camera… (prenotare per telefono no?) Lo odiavo, mentre la coda aumentava; mi sedetti su un divano accanto ad una signora che era di partenza; come bagaglio aveva un trolley abbastanza grande ed uno zaino di medie dimensioni ma zeppo. Non so perché si fosse seduta, cosa aspettasse, cosa dovesse fare, ero stanchissimo.
Aveva dai quaranta ai quarantacinque anni, la classificai come “straniera” così, per una prima impressione.

Non so come cominciammo a parlare, ma effettivamente non era italiana, era neozelandese, aveva girato per dieci giorni fra Toscana (certo Firenze) ed Emilia ed ora doveva andare a Parigi, in treno, per prendere l’aereo per tornare a casa, ed era preoccupata, mi sembra di ricordare, per una coincidenza. Il fatto è che aveva girato in Italia in autostop!
La cosa mi sbalordì, ma quella donna era lì, reale, il mio inglese è un po’ così, ma se uno mi dice hitchhiking lo capisco… specialmente se mi mostra il pollice nel classico gesto!

E continuò a parlare, a parlare; io per un po’ interloquii anche, come potevo, ma ad un certo punto restai lì a guardarla, perché capii che non era importante che io dicessi la mia, era importante che lei fosse lì, che potesse parlare e che io l’ascoltassi, perché per lei quel viaggio, quel modo di viaggiare era “importante” e solo quello dovevo capire. Finché arrivò il mio turno e ci salutammo, con un abbraccio e un “buon viaggio”. Quando ebbi la mia camera mi voltai per cercarla, era già partita.